protesi di silicone
di redazionedi redazione27 novembre 20189min830

Le protesi mammarie al silicone sono collegate a una forma di tumore | AZstarbene

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Le protesi al silicone per il seno impiantate in tutto il mondo spesso sono vendute senza gli adeguati test di sicurezza, al punto che potrebbe essere ‘sfuggito’ il legame con un tipo raro di tumore oltre a svariati effetti collaterali. Lo afferma un’inchiesta dell’International Consortium of Investigative Journalists, un consorzio internazionale di giornalisti di cui fanno parte le principali testate europee.

Si tratta di un tipo di protesi mammaria  molto comune  e utilizzata da milioni di donne in tutto il mondo.  Oggi è al centro di nuovi e consistenti sospetti circa la sua capacità di aumentare sensibilmente il rischio di sviluppare un tumore. Il problema era già stato sollevato in passato, ma nelle ultime settimane è tornato nuovamente di attualità in seguito a nuove indagini condotte in Francia e ad alcune inchieste giornalistiche, come quella da poco pubblicata dal Guardian. Molti chirurghi hanno già sospeso l’utilizzo delle protesi in attesa di ricerche più approfondite.

L’aumento del rischio per i tumori riguarda le protesi ruvide (“testurizzate”), quelle più utilizzate nella maggior parte del mondo per la ricostruzione del seno perché offrono un risultato più naturale e minori complicazioni.

Il problema è che ormai da tempo si sospetta ci sia un collegamento tra protesi ruvide e il linfoma anaplastico a grandi cellule (ALCL), una rara forma di linfoma che interessa i linfociti T, un tipo di cellule del sistema immunitario.

Cosa succede alle pazienti

Durante gli interventi di ricostruzione del seno, le protesi vengono inserite in corrispondenza dei muscoli pettorali, sotto la mammella in modo da renderla più gonfia. L’organismo le riconosce  come un corpo estraneo e attiva il sistema immunitario, che cerca di contrastarle con un’infiammazione dei tessuti che la circondano. Il processo porta alla formazione di una cicatrice interna, uno strato di tessuto fibroso e compatto attorno all’intera protesi. In rari casi, nello spazio tra la cicatrice e la protesi si sviluppa una forma di ALCL nota come BIA-ALCL (BIA è l’acronimo di “breast implant associated”, letteralmente “legato all’impianto mammario”).

Secondo le ultime indagini, basate sui riscontri diretti forniti dai chirurghi, ci sono stati in tutto il mondo almeno 615 casi di BIA-ALCL, 16 dei quali hanno causato la morte delle pazienti.

In Francia

In Francia, l’Agence national de sécurité du médicament et des produits de santé (ANSM), l’ente governativo che si occupa di sicurezza dei farmaci e dei prodotti sanitari, ha invitato i chirurghi a utilizzare di preferenza le protesi lisce, in attesa di avere nuovi elementi su quelle ruvide. Si stima che in Francia l’85 per cento delle nuove protesi impiegate sia di tipo ruvido. Il prossimo febbraio, l’ANSM organizzerà un incontro con diversi esperti e con le pazienti, in modo da definire nuove regole per l’impiego delle protesi. Le decisioni assunte in Francia potrebbero riflettersi in numerosi altri paesi.

Nel Regno Unito

Nel Regno Unito, scrive il Guardian, i casi confermati di linfoma legato a nuove protesi al seno sono stati 45, con la morte di almeno un paziente. Il dato è per ora approssimativo, così come lo è la stima secondo cui il rischio di sviluppare un BIA-ALCL sarebbe pari a 1 ogni 24mila pazienti.

Negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti, dove l’impiego delle protesi ruvide è molto diffuso, si stima che ci siano stati almeno un migliaio di casi e che ce ne siano altre migliaia non diagnosticati.

 

I pericoli segnalati già dal 2011

Nel 2011 la Food and Drug Administration (FDA), l’ente governativo che negli Stati Uniti si occupa di sicurezza alimentare e dei farmaci, segnalò un aumento anomalo di casi di ALCL nelle pazienti con protesi mammarie. Due anni dopo, un primo censimento portò all’identificazione di almeno 130 casi nel mondo, con un incremento negli anni successivi, fino ai 359 rilevati nel 2017 da diverse ricerche scientifiche. Un anno fa, lo Scientific Committee on Health Environmental and Emerging Risks (SCHEER) dell’Unione Europea ha invitato la comunità scientifica a studiare più approfonditamente il rapporto tra protesi mammarie e ALCL.

In Italia

Il ministero della Salute italiano ha rilevato un aumento significativo dei nuovi casi dal 2015, anno in cui è stata diffusa una circolare che invitava proprio il personale sanitario a notificare con più accuratezza le diagnosi. Fino alla scorsa primavera, in Italia sono stati riscontrati 30 casi di BIA-ALCL. Una prima indagine statistica sui dati in possesso del ministero colloca l’incidenza della malattia in 2,8 casi su 100mila pazienti a rischio nel 2015. I sintomi possono manifestarsi tra 1 e 22 anni dal momento dell’operazione, con un tempo medio intorno ai 6,8 anni.

In Italia ogni anno vengono impiantare circa 49mila protesi mammarie, quindi il numero di casi di BIA-ALCL dovrebbe continuare a essere esiguo, dice il ministero. Il dato potrebbe però cambiare in futuro, man mano che si allungheranno i tempi di follow-up delle pazienti sottoposte a operazioni per nuovi impianti.

 

 


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